mercoledì 13 settembre 2017

Insegnami

Insegnami il tuo modo di essere.

Insegnami ad amare la natura, a diventare un tutt’uno con essa, ad emozionarmi e meravigliarmi per la vista di un bel paesaggio o di un singolo e minuscolo fiore.

Insegnarmi l’arte e le sue mille sfaccettature. A riconoscerne i diversi stili, le diverse scuole di pensiero, i grandi maestri. E portami, mano nella mano, in un tour pieno di emozioni.

Insegnami ad essere forte, come te. A sorridere sempre, come te. A non demordere mai, anche nella situazione più ostica... come te.

Insegnami ad essere gentile e ad amare la vita. Fammi capire che il mondo è un posto migliore... ma io l’ho già capito, grazie a te.

Insegnami questo e tante altre cose. Insegnami ad essere una persona migliore.

E, per tutto questo, anche io ti insegnerò qualcosa: ad essere amata.

Ti insegnerò quell’amore che meriti.

sabato 15 aprile 2017

La cometa

«Oggi è il gran giorno!» disse l'uomo dalla sommità del suo minuscolo pianeta. Gerald era un anziano signore distinto, con un elegante completo nero, camicia rigorosamente bianca, cilindro e papillon. Aveva due bei baffi bianchi con cui giocava spesso quando era nervoso od impaziente, due occhi castani, quasi spenti, che lasciavano trasparire tutto il dolore provato nella sua vita, ma che, un solo giorno all'anno, si riempivano di speranza. La speranza di rivederla.
Gerald tirò fuori dalla tasca della giacca un orologio d'oro. Segnava le dieci in punto di mattina. Rimise l'orologio nella tasca e posò una mano sul suo bastone di legno.

«Tra poco sarà qui e potrò rivederla!»

L'uomo era visibilmente eccitato. La mano poggiata sul bastone tremava, mentre con l'altra si accarezzava i suoi folti baffi. Guardava in un punto non definito, verso l'orizzonte, nello spazio profondo. Il suo pianeta era molto piccolo e pieno di sassi. Era così piccolo che l'uomo non poteva nemmeno costruirsi una casa. Era così piccolo che all'uomo bastavano 10 passi per girarlo tutto. E su quel pianeta, l'uomo era solo. Nelle vicinanze non vi erano altri pianeti, solamente una stella che dava costantemente luce. Non si sapeva né come né quando quell'uomo fosse giunto su quel pianeta, ma erano oramai diversi anni che viveva lì serenamente. Almeno fino al giorno del misfatto.

Gerald era lì, intento a fissare l'orizzonte. Nella sua mente affioravano i ricordi...

Anni fa Gerald, in mezzo a tutti i sassi del suo pianeta, ne trovò uno particolare: non era più bello degli altri, non risplendeva più degli altri se colpito dalla luce, non profumava, non aveva un buon sapore... era un semplice sasso. Però l'uomo ci si affezionò e cominciò a portarlo sempre con se. Passava le ore ad osservarlo, a parlare con lui. Gli aveva dato anche un nome: Luna. "Guarda Luna, quella è la nostra stella che ci da la luce, necessaria per vivere. Senza di essa, vivremo nell'oscurità più totale... e non è bello vivere al buio, non trovi?". Passava così le giornate Gerald, in compagnia di Luna e dei suoi sassi. Quello era il suo piccolo mondo: un mondo solitario ma, tutto sommato, felice. Finché un giorno, passò accanto al suo pianeta una cometa. Gerald la vide e ne rimase estasiato. Guardò Luna e cominciò a provare un senso di invidia. "Perché non sei anche tu come quell'enorme sasso infuocato che è appena passato?". Da quel giorno tutto cambiò: Gerald divenne nervoso, frustrato ed affranto: voleva di più dalla sua Luna. Passava le giornate a passeggiare, ad accarezzarsi i baffi, a scrutare l'orizzonte con la speranza di rivedere un'altra di quelle comete. Finché un giorno, fece ciò che non avrebbe mai voluto fare.

"Se non puoi darmi ciò che chiedo, è meglio che le nostre strade si separino!" disse adirato fissando Luna con occhi pieni di tristezza. E, in uno scatto d'ira, lanciò la pietra lontano. La lanciò così forte che la pietra vinse la forza di gravità del pianetino e finì nello spazio aperto, avanzando senza sosta.

Gerald era incredulo. Si rese subito conto dello sbaglio che avesse fatto... ma fu troppo tardi, non poté rimediare in alcun modo. Continuò ad osservare il punto in cui Luna si diresse, forse con la speranza di vederla tornare indietro, ma così non fu. Da quel giorno Gerald cambiò ulteriormente, questa volta diventando taciturno e triste. Passava le giornate a piangere e fissare lo spazio aperto, nella speranza di rivedere la sua Luna.

Un bel giorno però, accadde l'inaspettato: un'altra cometa, diversa dalla precedente, passò accanto al suo pianeta. Era più piccola dell'altra e a Gerald sembrò familiare.

"Luna! Sei proprio tu?.... Certo che sei tu! Sei tornata da me!" urlò Gerald pieno di gioia. Ma la cometa non si fermò e proseguì la sua corsa. L'uomo prese l'orologio dalla tasca e vide l'ora. "Le dieci e trenta del mattino... segnato!". Si segnò l'ora ed il giorno di quella fantastica comparsa e fece bene, visto che l'anno dopo si ripresentò nello stesso giorno alla stessa identica ora. L'uomo non smise però di maledirsi per ciò che avesse fatto e pensò ad un modo per rimediare, senza nessun risultato. Non poteva cambiare il passato e, per quanto si sforzasse, nemmeno il presente. Doveva accettare le conseguenze della sua folle scelta ed andare avanti. Ma rimase comunque con la speranza che, almeno una volta all'anno, potesse rivederla, anche se per pochi secondi. In quell'occasione poteva dirle ciò che sentiva veramente: poteva chiederle scusa, dirle che non avrebbe mai voluto rovinare tutto per il suo egoismo. Dirle che quelli passati insieme a lei, erano giorni felici e che vorrebbe tornassero.

«Questa volta le dirò cosa provo. Le dirò tutto!». I pensieri dell'uomo svanirono e si concentrò sul presente e su quello che tra poco avrebbe fatto. Passarono i minuti, ma di Luna non vi era ancora nessuna traccia. I minuti divennero ore ed ancora nessun avvistamento. L'uomo, in preda allo sconforto, cadde sulle ginocchia, aggrappandosi al bastone con entrambe le mani. Durante la caduta, l'orologio scivolò via dal taschino. Segnava sempre le dieci del mattino, benché fossero passate diverse ore da allora. L'orologio era fermo. Da quanto tempo? Era davvero il giorno fatidico quello? Che ore erano? Gerald non lo sapeva. Ormai non aveva alcun punto di riferimento, ma ciò non gli fece perdere la speranza. Sapeva che prima o poi l'avrebbe rivista. Sapeva che prima o poi le cose si sarebbero sistemate, che quei giorni felici sarebbero tornati. Doveva solo attendere il momento opportuno. Senza fretta.
D'altronde, aveva tutto il tempo del mondo visto che il tempo stesso era fermo... in una magica illusione, piena di speranza.

giovedì 6 aprile 2017

Guardo e Sorrido

È come se vedessi il mondo per la prima volta:

Guardo il cielo limpido... e sorrido.

Guardo la terra sconfinata... e sorrido.

Guardo gli alberi crescere rigogliosi... e sorrido.

Guardo i fiori sbocciare... e sorrido.

Guardo gli uccelli che volano liberi... e sorrido.

Guardo il sole che splende radioso... e sorrido.

Guardo la pioggia scrosciante... e sorrido.

Guardo un concerto di musica dal vivo... e sorrido.

Guardo i pesci che nuotano fieri nel fiume... e sorrido.

Guardo la neve candida sulla cima delle montagne... e sorrido.

Guardo le foglie che cambiano colore in autunno... e sorrido.

Guardo la gente sorridere... e sorrido a mia volta.

Ed infine, guardo te. Mi specchio nei tuoi occhi, mi irradio del tuo sorriso e mi entusiasmo per la tua voce.

Guardo te... ed il mio cuore sorride.


La vita è meravigliosa, ora che fai parte del mio mondo

martedì 21 marzo 2017

Che il tempo riprenda a scorrere!

«Sono passati oramai cinque mesi. È giunto il momento... il tempo deve tornare a scorrere»

Quello strano uomo era di nuovo lì, in quel prato, davanti a quei due ragazzi. Intorno a loro c'erano ancora quelle strane creature, né uomini, né animali, bloccate in quell'applauso infinito.

"Destino" si fa chiamare, colui che decide le sorti delle persone. Colui che se prende una decisione, non vi è modo di cambiarla. Però c'è stato questo ragazzo che ha provato ad affrontarlo... per ben due volte. Il nome di questo ragazzo è Hero e, proprio come un eroe contemporaneo, si è buttato in questa impresa impossibile. La prima volta da solo, fallendo miseramente ed uscendone distrutto, sia nel corpo che, soprattutto, nello spirito. Da quel momento fu inghiottito in una profonda oscurità, così nera da impedirgli di guardare oltre il suo naso. Così nera, da impedirgli di muoversi. Provò ad addentrarsi, ma per ogni passo che faceva, sentiva di allontanarsi sempre di più dal suo obiettivo. Decise quindi di rimanere fermo, in attesa di una luce che potesse guidarlo. E questa luce, inaspettatamente, arrivò. Incredulo, Hero cominciò a seguirla. Era davvero una bellissima luce, come non ne vedeva ormai da tempo. Per lui quella luce era la più bella di tutte e significava molto per lui: tornare a far parte del mondo, tornare a percorrere la sua strada. Ma, purtroppo, il Destino aveva un altro piano: si interpose tra lui e quella luce. Del perché di quella scelta, nessuno può saperlo. Sembrava come se avesse un accanimento contro quel ragazzo. Hero, ovviamente, non si tirò indietro: per lui quella luce era troppo importante. Rappresentava la speranza per trovare finalmente quella felicità di cui era alla disperata ricerca da una vita.

L'uomo si guardò intorno. Il vento, i girasoli, gli uccelli, i presenti... tutto era completamente fermo. L'unico a potersi muovere e parlare era proprio lui. Con le mani in tasca passeggiava, con passo lento, intorno ai due ragazzi. Li fissava, con aria malinconica. Fissava quelle labbra così vicine. Il volto di Hero rigato da quelle lacrime di gioia ancora sospese sulle guance. Fissava Sogno e ciò che rappresentava. "Perdere la testa per una ragazza. Cosa avrà mai di speciale poi?" pensava tra sé e sé. Continuava il suo giro irrequieto, aumentando leggermente l'andatura. Improvvisamente si fermò. Era rivolto verso Sogno.

«Tu non avresti dovuto perdere. Ti ho donato poteri inimmaginabili, la tua vittoria era matematicamente certa... eppure ti sei fatta quasi sconfiggere da questo gruppetto di sbandati. Se non fossi intervenuto in tempo, la situazione sarebbe precipitata. Ma voi, esseri inferiori, questo non potrete mai capirlo. Avrei dovuto stroncare questa farsa sul nascere...». Prese un profondo respiro e poi proseguì: «... Invece ho voluto dargli una possibilità... e quel ragazzo è riuscito a stupirmi... quasi a battermi, grazie anche all'aiuto dei suoi amici. Non potevo non prendere in considerazione questo risultato... ecco perché ho fermato il tempo. In questi cinque mesi ho analizzato la situazione e tutte le possibile implicazioni. Alla fine ho preso una decisione... ma sono comunque titubante nel metterla in atto. Perché hai dovuto mettermi in questa scomoda posizione, Hero?»

L'uomo si massaggiò il mento. Aveva la fronte corrucciata ed uno sguardo severo.

«Ma è così che doveva andare... fin dall'inizio. Mi dispiace Hero...»

L'uomo allungò una mano in avanti, con le dita in posizione, pronte per essere schioccate.

«Soshite Toki wa Ugokidasu... Ed ora, che il tempo riprenda a scorrere!»

L'uomo schioccò le dita.

Hero riprese a muoversi. Si aspettava di assaporare il calore delle labbra della sua amata... ed invece, con profonda amarezza, si accorse di non percepire più la presenza di Sogno davanti a lui. Fece un passo avanti... un altro ed un altro ancora, ma non trovava più quelle labbra. Allora, con sommo timore, aprì lentamente gli occhi.

Buio.

Quello che gli si parò davanti, era solamente buio. Una distesa immensa e sterminata di buio pesto.

«N-no... non è possibile...». Hero era incredulo. Cominciò a singhiozzare e le lacrime presero a scendere più copiose. Non erano più lacrime di gioia, bensì di terrore e disperazione. «S-sogno... Sogno... SOGNO, DOVE SEI?» il ragazzo chiamava a gran voce quella creatura di nome Sogno, sparita anche lei nel nulla, insieme a tutto il resto.

«PERCHÉ SEI SPARITA? DOVE SEI FINITA? CI SIAMO BACIATI, NON È VERO? PER FAVORE, RISPONDIMI!!»

Il ragazzo era disperato. Piangeva, urlava, si girava e rigirava alla ricerca di quella creatura. Ma non vi era nessuno lì. Lo shock era talmente grande che si era dimenticato perfino dei suoi amici.

«Avresti dovuto rinunciare quando ne avevi l'occasione»

Hero si fermò. Conosceva fin troppo bene il suono di quella voce. Cominciò a tremare dalla rabbia. Lentamente si girò e vide quell'uomo a pochi passi da lui. L'istinto lo fece muovere: corse verso quell'uomo con fare minaccioso. Tentò di colpirlo con un pugno, ma questo lo trapassò completamente. Era come se fosse un fantasma.

«PERCHÉ MI FAI QUESTO!? DIMMELO!»

L'uomo non rispose. Si limitò a fissare Hero con uno sguardo duro, quasi volesse rimproverarlo.

«PERCHÉ MI GUARDI IN QUEL MODO? SONO IO CHE DOVREI ESSERE IN COLLERA CON TE... ED INFATTI LO SONO!!!»

Il ragazzo continuava a dare colpi, ma senza il benché minimo risultato.

«ERA L'UNICA COSA CHE DESIDERAVO... E TU ME L'HAI PORTATA VIA... DI NUOVO! Perché.... perché mi fai questo.... perché....»

Hero cadde sulle ginocchia, esausto. Il suo corpo trapassava proprio le gambe dell'uomo. Cominciò a sbattere i pugni a terra e a gridare. Un grido quasi disumano, che rappresentava tutta la sua disperazione.

L'uomo fece dei passi avanti e, con Hero alle sue spalle, disse: «Non era Destino»

Hero sgranò gli occhi. Aveva sentito fin troppe volte quella frase.

«Tu.... smettila di dire quella frase...»

«Mi dispiace Hero, ma è così» sentenziò l'uomo senza voltarsi.

«No... non voglio arrendermi... non questa volta...»

«Temo che sarai costretto»

«No.... non puoi decidere tu per me.... »

«L'ho appena fatto. E continuerò a farlo»

Ci fu un silenzio assordante, interrotto saltuariamente dai singhiozzi di Hero.

«È impossibile... impossibile.... impossibile....» disse il ragazzo mentre sbatteva i pugni a terra. Per la violenza dei colpi, le mani cominciarono a sanguinare. E, dopo una decina di colpi, due mani pelose fuoriuscirono dal terreno e fermarono quelle di Hero prima che colpissero nuovamente la terra.

«Ma... queste mani.... sei tu Toxic Anxiety?»

«Smettila di farti del male. Tu non hai colpe. Non puoi cambiare il corso degli eventi... ma puoi adattarti ad essi» disse una voce proveniente da sottoterra.

«Toxic ha ragione. Se continui così, finirai per autodistruggerti di nuovo. E noi non vogliamo una cosa simile». Accanto a lui c'era Emotional Mask che lo guardava con uno sguardo dolce e comprensivo, a discapito del tono di voce con cui pronunciò quelle frasi.

«Avanti, devi reagire!», Angry Anger svolazzava di fronte a lui, accanto ad Emotional Mask.

"Devi andare avanti" esortò The Knowledge dall'alto della sua saggezza.

«Ukiki ukikiiiii» gridò Mad Mad atterrando sulla spalla di Emotional Mask.

«Non siamo venuti qui per sprecare tempo. Abbiamo combattuto tutti con coraggio e determinazione, tu per primo. Purtroppo abbiamo perso. Capita... Ora non dobbiamo far altro che rimboccarci le maniche e guardare al futuro, con un bel sorriso». Il gruppetto, capitanato da The Leader e formato da Crazy Money, Magic Dream, Butcher e The Scientist, era tutto intorno al ragazzo ed annuiva a quelle parole.

«Avanti, dammi la mano. Alzati da terra ed andiamo insieme incontro al domani». Imagination era davanti a Hero, con il braccio teso verso di lui. Quest'ultimo si era calmato. Singhiozzava ancora, ma almeno aveva placato la sua rabbia. Ci fu un silenzio di qualche secondo, poi il ragazzo esclamò.

«.... Avete ragione. Devo alzarmi e smetterla di piagnucolare. Devo andare avanti. Devo vivere la mia vita. E non importa quante sfide mi riserverà il Destino, io le affronterò. E se anche non dovessi superarle, continuerò ad alzarmi ed a sorridere. E questo solamente grazie a tutti voi»

Hero guardò in faccia i presenti, regalando un meraviglioso sorriso ad ognuno di essi. Si rivolse poi all'uomo che era ancora girato di spalle.

«Beh, anche questa volta hai vinto tu... ma la prossima volta ti daremo ancora più filo da torcere!» disse Hero sorridendo. Si girò di nuovo verso gli altri e disse a gran voce: «Forza ragazzi, andiamo! Verso nuove ed incredibili avventure! Percorriamo la strada per il futuro, insieme. Non fermiamoci. Non allontaniamoci dall'obiettivo. E se anche uno di noi dovesse rimanere indietro, torneremo a prenderlo!». Quelle parole scaldarono gli animi di tutti i presenti che si lasciarono andare ad un'esultanza generale. Improvvisamente, il cammino davanti a loro venne illuminato da una luce.

«Potete ridere e considerarci dei pazzi... ma l'unica strada è quella dell'ostinazione!» disse Hero continuando a tenere un tono di voce elevato.

«Se incontriamo un muro sul nostro cammino, noi lo abbattiamo!» replicò Emotional Mask.

«Se non esiste strada, la costruiamo con queste mani!» continuò Imagination.

I tre si guardarono, poi guardarono gli altri. Tutti fecero un cenno con la testa e, insieme, gridarono

«INSOMMA... CON CHI CREDETE DI AVERE A CHE FARE?!»

L'uomo si lasciò sfuggire un sorriso.

«Ragazzi, non dimenticatelo mai... dovete credere in voi stessi! E non per la fiducia che gli altri ripongono in voi... né tanto meno per quella che voi riponete per gli altri. Dovete fidarvi della parte di voi stessi che crede in se stessa!». con quelle parole, Hero cominciò ad incamminarsi verso quella luce radiosa, con il sorriso sulle labbra, seguito da quelle persone che lui reputava le più importanti in assoluto. Era sereno e determinato. Sapeva che il Destino gli avrebbe remato contro più e più volte, ma sapeva anche che poteva affrontarlo, grazie all'aiuto dei suoi amici. Il gruppo entrò nella luce, facendo perdere pian piano le sue tracce.

A poco a poco la luce svanì, lasciando l'uomo completamente immerso nell'oscurità e nel silenzio più assoluto. Il suo abito scuro lo camuffava perfettamente, era come se nella stanza non ci fosse nessuno. Quel profondo silenzio fu interrotto dal battito di mani di quell'uomo.

«Ottima interpretazione... davvero uno spettacolo senza eguali». Mise una mano nel taschino interno della giacca e ne estrasse qualcosa. Era un frammento di cristallo purissimo, sembrava onice nero, però era più trasparente. «Poi ingannare gli altri con i tuoi sorrisi... ma non me». L'uomo si passò davanti al viso quel pezzo di cristallo. Lo osservava con immensa tristezza.

«Hai perso un pezzo abbastanza grande del tuo cuore, mio caro Hero... indubbiamente più piccolo rispetto all'ultima volta, ma comunque di una grandezza non indifferente. Ciò che mi preoccupa è il fatto che sia più scuro dell'altro... È ancora abbastanza trasparente da poterci vedere attraverso, ma la cosa non mi piace per niente. Troppa oscurità potrebbe essere un problema... dovrò andarci cauto la prossima volta»

L'uomo rimise quel frammento nel taschino interno della giacca.

«Ad ogni modo, lo conserverò con cura... fin quando giungerà il momento adatto. Solo allora potrò riconsegnartelo, insieme all'altro frammento. Ma per ora... lo spettacolo deve continuare. Anche se il tuo cuore si sta rompendo... tu continua a sorridere»

Fece una breve pausa per poi riprendere.

«Ti prometto che tutta questa sofferenza, questi falsi sorrisi, queste illusioni... verranno ripagate. Io ti prometto che potrai fare tua la vera felicità, un giorno. Devi solo avere pazienza...»

Detto questo, l'uomo sparì nel nulla, senza lasciare la benché minima traccia di sè.

domenica 5 marzo 2017

Il divario

Bobby era un bellissimo esemplare di pastore tedesco: pelo lucente e ben curato, zampe forti e robuste, carattere calmo e tranquillo. Un cane fedele e docile. Era però un po' diverso dagli altri cani: non amava giocare, non rincorreva gli animali o interagiva con essi e non procurava nessun tipo di problema. I suoi padroni ne erano molto fieri ed orgogliosi. A lui piaceva molto passeggiare, quindi lo portavano spesso a fare delle lunghe e salutari passeggiate nei posti più disparati: in montagna, in campagna, in riva al mare, al lago, nei boschi...

Un giorno, mentre i suoi padroni stavano facendo un picnic nei boschi, lui si allontanò per esplorare un po' i dintorni. Gli piaceva andarsene in giro da solo, lo rilassava e lo faceva stare più in contatto con la natura. Nel bosco, grazie al suo olfatto, poteva avvertire una miriade di odori diversi. Un odore però lo colpì particolarmente, proveniente da un albero nelle vicinanze. Bobby scrutò quell'albero e vide che, ai suoi piedi, vi erano dei funghi. Si avvicinò per annusarli, ma l'odore che sentiva non proveniva da loro. Improvvisamente una ghianda cadde a terra, a pochi centimetri dal suo muso. Il cane alzò lo sguardo e la vide: era un graziosissimo esemplare femminile di scoiattolo, intenta a raccogliere ghiande. La vista di quel cane la fece sussultare, per questo fece cadere una delle sue ghiande. I due cominciarono a fissarsi senza dire una parola: si creò una strana atmosfera, quasi magica. C'era qualcosa che, in qualche modo, legava quei due animali. Bobby sentiva che quell'odore apparteneva a quello scoiattolo e, per qualche strana ragione, ne rimase ammaliato.

«Bobby, qui bello! Dobbiamo tornare a casa»

I suoi padroni lo stavano chiamando per tornare a casa. Lui, a malincuore, dovette tornare indietro, con la coda tra le zampe e la testa chinata. La piccola scoiattolina lo osservava andarsene e sospirò.

Il giorno seguente Bobby volle uscire e, per la prima volta in vita sua, decise lui dove andare, trascinando letteralmente i suoi due padroni.

«Hey, piano bello! Ma che ti prende? Perché tutta questa foga?»

Quando riconobbero il luogo del picnic del giorno prima, dissero: «Ti piace questo posto? Vorrà dire che ci torneremo più spesso. Adesso va a divertirti!». Slegarono il guinzaglio e Bobby fu libero di correre liberamente per il bosco. Ma il suo obiettivo non era passeggiare: lui voleva rivedere quello scoiattolo. Fiutò la pista e cominciò a percorrerla, arrivando allo stesso albero del giorno prima. Alzò lo sguardo e la vide, sempre intenta a raccogliere le ghiande. Di nuovo, alla vista del possente animale, per lo stupore ne fece cadere una che finì sulla sua testa. Bobby non si scompose minimamente. I due continuarono a fissarsi per un bel po'. Si era creata un'armonia: senza dire o fare nulla, quei due si sentivano bene. Passarono 20 minuti ed era tempo per Bobby di tornare a casa. Anche questa volta, a malincuore, dovette allontanarsi. Quella sera la passò ad ululare, facendo preoccupare i suoi padroni.

«Non si era mai comportato così prima d'ora... cosa gli sarà preso?»

«È sempre stato un cane tranquillo e pacato... ora invece sta combinando il finimondo»

Lo lasciarono comunque fare, pensando che la cosa fosse finita lì. Si sbagliarono. Ogni giorno Bobby voleva andare in quel bosco a passeggiare da solo. Se i due padroni provavano a seguirlo, lui si fermava finché non si allontanavano. Ogni giorni lui passava quei magici 20 minuti in compagnia della sua nuova amica. Quei 20 minuti di pensieri, di emozioni. Ed ogni sera, avveniva il dramma: Bobby che ululava ed abbaiava a perdifiato, generando il malcontento dei suoi padroni e di tutto il vicinato.

«Forse dovremmo portarlo dal veterinario, magari ha qualcosa che non va»

«Se anche la prossima notte farà questo putiferio, allora lo porteremo»

Bobby però non era stupido e capì la situazione. L'indomani sera infatti, non fece alcun rumore: se ne stava nella sua cuccia a cercare di appisolarsi, soffrendo in silenzio.

Il giorno dopo era, come si consueto, con la sua amica e pensava: "Vorrei poterle dire qualcosa, ma ho paura di spaventarla col mio latrato. Vorrei potermi arrampicare su quest'albero ed andare da lei, ma non ne sono in grado. Cosa posso fare?"

Dall'altro canto, la giovane scoiattolina pensava: "Potrei scendere e farci amicizia... e se mi sbranasse? Se non aspettasse altro? In fondo siamo così diversi... È un vero dilemma"

Entrambi quindi non vollero fare la prima mossa, con la paura di rovinare quella bellissima atmosfera che si era creata.

Venne però un brutto giorno in cui i padroni di Bobby dovettero trasferirsi in un'altra città. Lui, ovviamente, dovette andare con loro, senza aver avuto la possibilità di salutare la sua amica. Senza aver avuto la possibilità di dirle quello che provava. Un bizzarro scherzo del destino questo. Bobby soffrì molto per questa decisione non decisa da lui. Pensò molto al modo in cui andarono le cose e si chiese come sarebbero andate se avesse avuto il coraggio di fare il primo passo.

Passarono i mesi e Bobby riuscì a superare l'accaduto. Ma diversi quesiti gli ronzavano sempre in testa: "Cosa sarebbe accaduto se le avessi parlato? Sarebbe fuggita o ci saremmo avvicinati? E se fosse fuggita, non avrei raggiunto lo stesso risultato di adesso?"

I sentimenti sono strani: crediamo di saperli gestire, crediamo anche di sapere dove ci porteranno e come finirà il tutto. Ma la verità è che non si può ragionare con la testa quando ci sono di mezzo loro. Non possiamo sapere di preciso come si evolveranno le cose, cosa ci riservi la vita. Possiamo solo buttarci, seguendo quella forte sensazione che è l'amore. A volte va bene, a volte va male. Ma il responso non è deciso fino all'ultimo.

Si chiamano sentimenti, altrimenti sarebbero stati ragionamenti.

sabato 4 marzo 2017

Il folletto e la fata

C'era una volta una giovane fata di nome Laan: lunghi e lisci capelli dorati ed occhi color cielo, se ne andava in giro per il mondo da sola, sempre alla ricerca di posti nuovi da visitare, nuove persone da incontrare, nuovi cibi da assaggiare... Le piaceva sperimentare sempre più cose, non contenta e soddisfatta di soffermarsi sempre e solo sulla monotonia del quotidiano. Però, tutte queste cose le affrontava da sola: in ogni luogo che visitasse, non trovava nessuno disposta ad accompagnarla nel suo viaggio di crescita ed apprendimento.

«Lasciare il mio villaggio? E perché mai? Io qui vivo bene!»

«Ehm venire con te in giro per il mondo? No grazie, non mi interessa»

«Perché non ti sistemi anche tu nel nostro villaggio? Qui abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno!»

Queste sono solo alcune delle risposte che riceveva sempre quando era il momento di partire verso un'altra meta. Non rimaneva infatti per molto tempo nello stesso posto, una o al massimo due settimane.

Un giorno capitò in un ridente villaggio di montagna: lì la gente era tutta bella e simpatica e l'accolse a braccia aperte. Il villaggio era molto grazioso, con degli edifici dalla forma particolare che Laan non aveva mai visto prima d'ora. Era estasiata di trovarsi lì. Poco lontano dal villaggio vi era un bosco: le piacevano i boschi, l'aiutavano a rilassarsi e ad entrare ancora più in contatto con la natura. Vista la sua natura di sognatrice, ci passava spesso e volentieri molto tempo per rilassarsi e sgomberare la mente. Un giorno, decise di farvi una passeggiata: si alzò di buon'ora e si addentrò nel bosco. Non era particolarmente grande e c'erano diversi sentieri per non perdersi. Improvvisamente però, avvertì un suono. Era un canto, bello ed armonioso. Curiosa di sapere chi stesse cantando, seguì quella voce. Arrivò al centro del bosco dove vi era un albero maestoso dove, su uno dei suoi rami, sedeva una piccola creatura: un folletto dal cappello a punta verde ed occhi castani, intento a cantare. Intorno a lui, ai piedi dell'albero, diversi animali erano intenti a godersi quella magnifica melodia: cerbiatti, scoiattoli, conigli, uccelli, ma anche orsi e lupi. Anche Laan era stata rapita e, senza rendersene conto, stava avanzando lentamente in direzione dell'albero. Calpestò però un rametto, facendo rumore e spaventando così gli animali che, per la paura, fuggirono. Anche il folletto fu meravigliato di vedere quella ragazza e smise quindi di cantare.

I due si fissarono per un attimo, poi Laan esclamò: «Ciao! Perdonami, non volevo far scappare tutti... senza rendermene conto ho calpestato un ramoscello e li ho spaventati. Hai davvero una bellissima voce! Come ti chiami?». Il sorriso di quella ragazza metteva il piccolo folletto a disagio che, in tutta risposta, si nascose nei rami più alti dell'albero.

«Hey, perché ti nascondi? Volevo solo sapere il tuo nome...»

«C-chi s-s-sei!? N-non t-ti ho mai v-vista da queste p-p-parti!»

«Ah, hai ragione, sono proprio una maleducata, perdonami. Il mio nome è Laan, sono una fata in viaggio per il mondo alla scoperta sempre di nuovi posti. Non mi piace fermarmi e vivere la quotidianità, ho sempre bisogno di scoprire nuove cose ed incontrare nuove persone!»

«Beh ma prima o poi le cose da scoprire finiranno... che farai poi allora?». Il folletto sembrò essersi calmato e risposte a tono alla presentazione della ragazza.

«Ora che mi ci fai pensare.... Ma non mi hai ancora detto come ti chiami!»

«M-mi chiamo Lex!»

«Oh benissimo! Piacere di conoscerti Lex. Perché non scendi dall'albero così che possiamo parlare più tranquillamente?» chiese gentilmente la ragazza.

«E perché dovrei scendere?» rispose lui sospettoso.

«Beh per parlare faccia a faccia. Così fanno le persone normali»

«Beh, si vede che io non sono normale allora, contenta!?» disse contrariato Lex.

«... perdonami, non era mia intenzione offenderti»

«Ma è quello che hai appena fatto. Forse ora dovresti andare»

«... mi dispiace. Spero di poterti incontrare di nuovo»

La ragazza se ne andò delusa e triste. Non si era resa conto di essere stata indisponente. Quella notte non fece altro che pensare a quel folletto ed alla sua voce.

"Che melodia meravigliosa... spero di poterla sentire anche domani...", pensò poco prima di addormentarsi.

Il giorno dopo, la ragazza si alzò di buon'ora e si diresse immediatamente nel bosco, saltando la colazione. Arrivata al grande albero vide Lex seduto su di un ramo, intento a mangiare una mela e a conversare con uno scoiattolo.

«Wow, tu puoi parlare con gli animali!» disse Laan estasiata.

Lex ed il piccolo animaletto si girarono verso di lei, si dettero poi un'occhiata veloce tra loro e quest'ultimo se ne andò.

«Cos'altro vuoi ancora?» disse Lex con aria annoiata.

«Volevo scusarmi ancora per come mi sono comportata ieri»

«Ah, non preoccuparti, ci sono abituato, non me la sono presa. Ho avuto quella reazione solo per allontanarti»

«Perché dovresti allontanarmi? Non ti ho fatto niente»

«Non ancora, no»

«Ma non ho intenzione di farti del male!»

«Dite tutti così all'inizio, quando poi comincio a fidarmi, ecco che mi pugnalate alle spalle»

«Ma... perché dici questo?»

«Vivo su questo albero ormai da diversi anni, da quando gli abitanti del villaggio vicino mi hanno cacciato. Dicevano di volermi bene, che mi avrebbero accolto a braccia aperte con loro... ed invece volevano solo il mio oro. Una volta preso, mi hanno allontanato in malo modo. Dicevano che una creatura così diversa non poteva convivere con loro. Così mi sono trasferito sopra quest'albero e da allora vivo a stretto contatto con la natura, ogni giorno della mia vita»

«Vorresti dire che non ti allontani mai dal tuo albero? Nemmeno per fare una passeggiata?»

«A che mi serve passeggiare? Se ho voglia di movimento, salto da un ramo all'altro o cammino su quelli più grandi e robusti»

«E non hai bisogno del contatto con altre persone?»

«Affatto. Come hai visto, posso parlare con gli animali. È con loro che parlo ogni giorno. Mi raccontano tante di quelle storie che il tuo viaggetto a confronto è una favoletta per bambini!»

«E per il cibo?»

«Qui ho tutto ciò di cui ho bisogno: frutta e verdura. Se poi voglio qualcosa in particolare, mi basta chiederla ai miei amici animali e loro me la portano!»

Sì udì un brontolio provenire dallo stomaco di Laan. La ragazza arrossì e si mise le mani sulla pancia.

«Era il tuo stomaco quello? Per caso sei affamata? Aspetta, ti prendo una mela»

Il folletto sparì tra le foglie dell'albero. La ragazza cercava di scorgere dove fosse andato, ma senza risultato.

«Prendila al volo!»

Dall'albero spuntò una mela che, in traiettoria parabolica, stava precipitando verso la ragazza. Lei, presa dall'agitazione, tirò fuori la sua bacchetta magica e bloccò la mela a mezz'aria. Lex vide la scena e rimase sconvolto.

«Ma... COME DIAVOLO HAI FATTO!?»

«Beh, sono una fata, posso fare magie, incantesimi, pozioni magiche... Fermare gli oggetti è una bazzecola»

«Wow... sei incredibile!» disse estasiato Lex. La ragazza arrossì, benché non fosse la prima volta che le facevano quel complimento.

«Quindi tu non hai mai visitato il mondo?», domandò lei.

«No e non ne vedo il motivo», rispose senza pensarci lui.

«Beh, per vedere posti nuovi, conoscere gente nuova...»

«Ti ho già spiegato che qui ho tutto ciò che mi serve e non ho bisogno di altro»

La ragazza, delusa, prese la mela, ringraziò il folletto per l'offerta e se ne andò.

"Ma cosa ho detto di male?", pensò lui tra sé e sé.

Il giorno dopo, la ragazza non si presentò. Lex si chiedeva quando l'avrebbe vista arrivare. Un uccellino lì vicino gli chiese come mai fosse così agitato.

«Che stai dicendo, non sono affatto agitato!»

L'uccellino scosse la testa e se ne andò.

"Uff, effettivamente non sono tranquillo come gli altri giorni. Che cos'ho? Non avrò mica preso l'influenza!?"

La ragazza non si presentò nemmeno il giorno seguente. Lex guardava in direzione del villaggio, sospirando.

Il terzo giorno, Lex chiese ai suoi amici uccelli di andare a controllare al villaggio cosa le fosse successo. Lì videro che la ragazza aveva preparato le sue cose ed era pronta a partire. Andarono a riferire subito la cosa a Lex che, in preda al panico, fischiò con tutto il fiato che aveva in corpo. Subito un maestoso lupo bianco comparve ai piedi dell'albero. Il folletto saltò dall'albero per atterrare sulla schiena del lupo, dicendo: «Presto, portami al villaggio! Non abbiamo un minuto da perdere!». Il lupo si meravigliò di quell'ordine, ma lo eseguì senza rimostranze.

Laan aveva preparato il suo solito zaino, salutò tutti in città e si avviò verso la prossima meta. All'ingresso del bosco, si fermò per alcuni secondi, sospirando. Nel momento di ripartire però, il maestoso lupo bianco le si parò davanti.

«Ferma! Non puoi andartene senza salutarmi!» disse il piccolo folletto in preda all'ansia.

«Lex! Cosa ci fai qui? Perché non sei più sul tuo albero?»

«... hai ragione! Caspita, sono davvero sceso dall'albero... e sono pure uscito dal bosco!». Il folletto era meravigliato quanto la dolce fata. Cercò di dire qualcosa, ma tutto quello che riuscì a dire fu: «Portami con te!», arrossendo visibilmente.

Laan era felicissima: finalmente aveva trovato un compagno di viaggio. I due si incamminarono verso la prossima destinazione ignota.

«Come decidi dove andare?», chiese Lex.

«Vado dove mi porta l'istinto»

«Uhm.... io direi di andare a nord»

«Perché proprio a nord? Io ero più orientata verso est»

I due si guardarono per un attimo ed esclamarono all'unisono: «Che ne diresti di andare a nord est!?». Scoppiarono entrambi in una fragorosa risata. Si incamminarono, col sorriso sulle labbra. Durante il tragitto, trovarono un albero pieno di succose mele. Lex, come ha sempre fatto, ne colse una, solo che questa volta la donò alla sua compagna di viaggio che ne rimase piacevolmente colpita. Quel semplice gesto però, fece provare una strana e piacevole sensazione in Lex. Era un gesto fatto centinaia di volte, ma quella volta era diverso: quella volta, quel gesto ha reso felice una persona. Una persona speciale.
I due continuarono a camminare, parlando di tutto ciò che gli passasse per la testa. Lui le raccontò delle sue avventure prima di vivere nell'albero e lei fece lo stesso con il suo viaggio. Entrambi risero, scherzarono, piansero... era tutto uno scambio di informazioni e di esperienze. Esperienze personali che rendono ciascun individuo unico.

Così quei due cambiarono: lei si rese conto che fin'ora i viaggi fatti non le erano serviti poi a molto. Lei sapeva che quel viaggio sarebbe stato l'inizio della sua crescita. D'altro canto lui vide la bellezza che il mondo sapeva regalare. La bellezza che solo in compagnia il mondo può assumere.

Entrambi impararono una lezione importantissima...

"La felicità è vera solo quando è condivisa"

sabato 25 febbraio 2017

Vittoria o Sconfitta?

Hero e la misteriosa ragazza si stavano fissando: entrambi aspettavano che l’altro facesse la prima mossa.
«Beh, non attacchi?» sentenziò la ragazza. 
Hero fece un passo indietro. Quelle sue parole erano cosi fredde ed autoritarie che lo fecero vacillare. 
«Stavo considerando quale fosse il metodo migliore per attaccarti»
«È semplice: vieni qui e mi attacchi... così». Dopo aver pronunciato quelle parole, la ragazza fece uno scatto fulmineo in avanti, arrivando davanti Hero e sferrandogli un pugno nello stomaco. Il ragazzo si piegò in due dal dolore, cadendo sulle ginocchia.
«Sei... sei veloce» disse tossendo. Ma l’attacco non era ancora finito. Con un calcio ben assestato sul mento, la ragazza lo fece cadere con la schiena a terra.
«È già tutto finito?» disse divertita.
Hero era immobile. Lo sguardo rivolto verso l’alto ed assente. I suoi pensieri tornarono a quei ricordi lontani del passato. A tutta la sofferenza e la frustrazione provata. Quei colpi non erano niente in confronto.
«Tsk, questo non è niente» disse in tono di sfida.
La ragazza allora spiccò un balzo, sfoderando un pugno diretto al suo stomaco, ma Hero riuscì a schivarlo rotolando lateralmente. Il pugno colpì il terreno, generando una voragine.
«Questo avrebbe fatto male, lo ammetto.... credo che mi toccherà ricorrere ai ripari. Sei pronto RK? Positive Barrier!». La sfera bianca gironzolante intorno a Hero cominciò a ruotare velocemente tutta intorno al corpo del ragazzo, formando un’aura luminosa.
«Così va molto meglio, ora non mi fai più paura» disse Hero spavaldo. Per tutta risposta la ragazza fece un balzo cercando di colpirlo con un calcio volante. Ma l’attacco, sorprendentemente, fallì. Subito dopo essere atterrata, si girò velocemente per sferrare un pugno. Anche quello però non andò a buon fine. La sequenza successiva furono un gancio destro ed un montante. Niente. Hero era illeso. E, durante tutti questi attacchi, non si era mosso di un millimetro.
“Wow, la barriera di RK funziona alla grande! Devo solo stare attento al consumo di energia ed alla durata....” pensò tra sé e sé, mentre la ragazza continuava ad attaccare, senza però nessun risultato. Dopo l’ennesimo pugno, Hero reagì ed atterrò la ragazza.
«Ora forse starai ferma e ti farai baciare. Però prima dimmi... come ti chiami? So che l’aspetto che hai, l’hai solo preso in prestito per destabilizzarmi. Chi sei quindi tu?». Il volto di Hero era proprio di fronte a quello della ragazza. I due si fissarono intensamente, uno sguardo lungo e prolungato.
«Mi chiamo Sogno. O almeno questo è il nome datomi dal mio Maestro» rispose la ragazza. Il volto di Hero si stava avvicinando sempre di più, ma lei ripiegò le gambe in modo da bloccarlo e, con una forza sovrumana, lo lanciò in aria, nella direzione opposta alla sua. Hero fece un volo di tre metri prima di atterrare incolume.
«Credo che sia arrivato il momento di fare sul serio» disse Sogno dopo essersi rialzata. Allungò la sua mano destra verso il terreno, dal quale fuoriuscì una spada fiammeggiante. Sull’impugnatura vi era riportato un drago. La lama era tagliente come un bisturi, in grado di tagliare la roccia come fosse burro. Sogno impugnò la spada e, con uno scatto, corse verso Hero, il quale si mise in posa difensiva. La ragazza cominciò a menare fendenti per l’aria in rapida successione, mancando però inesorabilmente il bersaglio.
«È tutto inutile, non puoi colpir...» Hero si interruppe bruscamente. La lama fiammeggiante era riuscito a sfiorarlo, facendogli un piccolo taglio sulla spalla sinistra.
“Cavolo, pensavo l’effetto della Positive Barrier di RK durasse di più, invece sta già finendo... Devo passare al contrattacco!”
Hero posò la sua mano destra sulla ferita, attirando l’attenzione di Sogno.
«E così la tua barriera non è invincibile come tanto decanti»
«È stato solo un caso...» mentì spudoratamente Hero. La ragazza assunse una posa di attacco tenendo la spada rivolta con la lama in avanti, sopra la sua testa.
“Il mio problema è che non ho un’arma... e non penso che RK ne abbia una. Così lo scontro è decisamente impari!”
«Cosa ti aspettavi? Non puoi sperare di battere il mio Maestro» disse Sogno in tutta risposta al pensiero di Hero.
«Aspetta... tu puoi leggermi nel pensiero?» disse sorpreso il ragazzo.
«Certo che posso. Tutti i poteri che posseggo mi sono stati donati da Lui. E non hai ancora visto nulla... Mi ha ordinato di fermarti, a qualsiasi costo»
«Ma perché? Perché tutto questo accanimento?»
«Non credo di saperti rispondere. Io eseguo solamente gli ordini»
«Perché invece di eseguire gli ordini non provi a ragionare? Perché non provi a chiederti se tutto questo sia giusto o sbagliato?»
«Perché non è mio compito pormi delle domande, io eseguo solo gli ordini»
«Ma almeno provaci!»
«Non è tra gli ordini»
«... è questo che sei? Sei solamente una schiava che prende ordini dal tuo Maestro?»
«Esattamente»
«E perché non ti sei mai ribellata?»
«Perché non è tra-»
«Gli ordini, lo so, lo hai già detto!» la interruppe Hero.
«Credo sia tornato il momento di combattere» replicò lei.
«Ti ho pienamente ragione... RK, attacca!». Sogno non si era accorta che, durante la conversazione, RK le si era piazzato alle spalle ed era pronto per attaccare. La sfera lanciò due fasci di luce nera alle gambe della ragazza che, da quel momento, furono ricoperte da un’aura scura.
«Cosa!? Che cosa mi hai fatto!?» chiese adirata Sogno.
«Eheh, perché non lo scopri?»
La ragazza provò a camminare ma cadde miseramente. Le gambe le se incrociavano, senza la sua volontà. Non riusciva a rimanere in piedi e ad avere controllo sulle articolazioni.
«Perché non riesco più a muovermi!? Parla mortale!» sbraitò Sogno.
«La spiegazione è molto semplice: vedi, il mio amico qui può controllare il Karma ed infonderlo a persone ed oggetti. Quella che prima avevo alzato, era una barriera di Karma positivo, per questo non riuscivi a colpirmi. Al contrario, alle tue gambe è stato indotto del Karma negativo, per questo ora sono fuori dal tuo controllo»
«Mi sono fatta fregare da un mortale con i suoi stupidi stratagemmi. Ma non accadrà di nuovo. Hai detto che non posso usare le gambe, giusto? Vorrà dire che ti attaccherò dall’alto». Dopo aver pronunciato quelle parole, sulla schiena di Sogno comparvero due grandi ali con un piumaggio nero. Agitandole, cominciò a svolazzare per l’area.
«Beh sì, con quel sistema il mio attacco è stato totalmente inutile...» disse sconsolato Hero.
«Vediamo se riesci ad evitare questo». Un paio di fasci rosso cremisi uscirono dagli occhi di Sogno, diretti verso Hero che riuscì a malapena a schivarli. Le rocce dietro di lui furono letteralmente polverizzate.
«Questi sì che fanno male! Non ti sembra di esagerare?»
«Il mio Maestro ha detto di fermarti con ogni mezzo. Ha detto anche che devi arrenderti al tuo destino»
«Mai! Non finché avrò anche solo una minima speranza di riuscire nel mio intento»
«Sei patetico. Bisogna rinunciare quando la situazione lo richiede, altrimenti si rischia solo di farsi del male. Chi te lo fa fare di soffrire inutilmente?»
«Ciò che potrei ottenere da tutto questo: una felicità vera e pura. Ecco perché mi impegno tanto. Ecco perché combatterò fino alla fine. Ecco perché non mi arrenderò così facil...»
Fffffsssssshhhh
Un sibilo. Fu questo l’ultimo suono che sentì Hero, prima di cadere a terra esanime. Gli stessi raggi che prima aveva schivato, questa volta lo colpirono dritto al cuore.
“Dove sono... cos’è successo.... perché è tutto buio?”
Hero si ritrovò a terra, in una stanza buia. C’era solo un cono di luce proveniente dal soffitto che lo illuminava.
«Allora, ne hai avuto abbastanza?»
Hero si girò di scatto. Conosceva benissimo quella voce.
«Ancora tu!? Cosa ci fai qui... o meglio, cosa ci faccio io qui? Ricordo solo che stavo combattendo contro Sogno... che tu stesso mi hai mandato contro!»
L’uomo camminò con calma verso il ragazzo. Ad ogni passo, un piccolo particolare veniva rivelato dalla luce: un pezzo di scarpa, un pezzo di pantalone, un pezzo di giacca, una parte del volto... finché non fu completamente sotto al cono di luce, davanti a Hero che lo fissava con odio. Era un uomo normale, come se ne vedono comunemente in giro. Capello corto e nero, barba e baffi non troppo folti, sopracciglia fini. Occhi scuri e profondi, che quando ti fissano, ti fanno perdere ogni speranza.
«Perché mi fissi a quel modo?» chiese gentilmente l’uomo.
«Perché mi stai rovinando la vita, ecco perché!» sbraitò Hero.
«Te la sto rovinando.... oppure ti sto salvando?» disse sorridendo.
Hero rabbrividì.
«Cos...cosa vuoi dire?»
«Pensaci Hero. Sei sicuro che è quello che vuoi veramente? Sei sicuro che quello che vuoi ti renderà felice? E se invece peggiorerà la tua vita?»
Hero non sapeva cosa dire. L’uomo si mise di lato ed indicò un punto in fondo alla stanza, proprio di fronte al ragazzo. Schioccò le dita e due coni di luce illuminarono due porte: una rossa ed una grigia.
«Ecco la tua scelta: porta rossa, continui la tua folle impresa, porta grigia, torni alla realtà, abbandonando per sempre quel sogno. Quale porta varcherai?»
Hero non disse nulla. Si incamminò semplicemente verso la porta rossa. Non appena poggiò la mano sulla maniglia, sentì un peso fortissimo dentro di se.
«Stai esitando. ‘È la cosa giusta da fare? Sarò davvero felice?’. Sono queste le domande che ti stanno tormentando» disse ghignando l’uomo.
Hero strinse forte la maniglia, spalancò la porta e la oltrepassò, sbattendosela dietro di se.
«Sogno è lì che ti aspetta. Ma credo che ci rivedremo molto presto»
Hero si risvegliò. Era in piedi, nel punto dove era stato colpito l’ultima volta. Sulla maglia erano rimasti i fori del raggio, all’altezza del cuore, ma nessuna ferita o cicatrice.
«Ben tornato! Vedo che non ti arrendi... mi fa piacere. Anche perché mi sono appena scaldata e non sarebbe bello terminare tutto qui» disse Sogno ridendo.
«Bene, perché ho tutta l’intenzione di darti un bacio. Fatti sotto!»
I due ripresero a combattere. C’era però qualcosa che non andava in Hero. Le parole di quell’uomo gli avevano messo addosso una certa inquietudine.
“E se ti stessi salvando?”. Hero non riusciva a pensare ad altro.
“No... non devo pensarci. Io so che è questa la cosa giusta da fare. Io so che ne varrà senza dubbio la pena”
Un pensiero di troppo, una distrazione di troppo ed ecco che un altro di quei raggi colpì la gamba destra di Hero.
«Aaaaarrrgggg». Il ragazzo urlò dal dolore e dovette fermarsi. La ferita era profonda e sanguinava molto, sporcando i pantaloni ed il terreno sottostante.
«Ti ho colpito di nuovo! Ti sei distratto pensando alle parole del mio Maestro»
«Fai silenzio!» replicò Hero stringendo i denti.
«Secondo me ti farà bene parlare di nuovo con Lui»
«Cosa!?». Hero alzò lo sguardo, giusto in tempo per vedere un raggio trapassargli la fronte.
«Eccoti di nuovo qui! Ben tornato mio caro ragazzo» disse l’uomo osservando divertito Hero. Stessa stanza, stesse luci a cono.
«Perché mi hai detto quelle parole prima?»
«Perché voglio solamente aprirti gli occhi e la mente. Come puoi essere certo che sia questa la cosa che ti renderà felice e non un’altra che potrebbe accadere in futuro? Perché fermarsi nella ricerca della felicità?»
Hero non rispose. Si limitò ad oltrepassare di nuovo la porta rossa.
«Già qui? Hai fatto presto questa volta... Allora, avete parlato?» chiese gentilmente Sogno.
Era di nuovo nell’ultimo punto dove si trovava prima di finire nella stanza buia. Un buco nei pantaloni, ma di nuovo nessuna ferita.
«Stai zitta e continuiamo a combattere!»
«Devo dedurre che non hai dissipato i tuoi dubbi...»
Hero prese un sasso da terra e lo lanciò contro Sogno, ma non arrivò nemmeno a metà strada che subito ricadde a terra.
«Sei brava a combattere da lassù eh? Perché non scendi e ci affrontiamo seriamente!?» sbraitò Hero.
«E perché dovrei? Questa condizione mi è favorevole sotto tutti i punti di vista. Posso attaccarti quando e come voglio ed inoltre questo non farà altro che generare frustrazione in te, in modo da portarti il prima possibile alla resa. Inoltre ho calcolato che questa è la distanza ideale visto che il tuo amichetto sferico non riesce a raggiungermi»
“Ha ragione... RK non è adatto al combattimento di per se, figuriamoci in quello a distanza. Ma dev’esserci qualcosa che posso fare... Pensa Hero, PENSA!”
«Mentre pensi a come sfruttare il tuo amichetto, io continuo a lanciare i miei ‘raggi della morte’»
«Raggi della morte? Che nome scontato e banale» replicò con sufficienza Hero.
«Il nome è insignificante. Quello che importa è la potenza e l’efficacia dell’attacco. Ed i tuoi, a parte i nomi altisonanti, non mi sembrano niente di che»
Sogno riprese a sparare i suoi raggi dagli occhi, cercando di colpire Hero anche solo per ferirlo ed immobilizzarlo. Il ragazzo si fece nuovamente la Positive Barrier e corse a cercare riparo dietro qualche roccia.
“Qui dovrei essere al sicuro... almeno per un po’. Devo pensare.... pensa Hero.... come potrei sconfiggerla? Come posso fare per farla scendere? Come posso immobilizzarla?”
Un raggio frantumò la roccia vicino a lui.
“Merda, mi ha già trovato... e la barriera sta per finire. Cosa posso fare? Che cosa posso fare? Dovrei forse arrendermi?”
Un’altra esplosione ed il masso che nascondeva Hero si dissolse.
«Devi arrenderti, esatto». 
Sogno era in piedi dietro di lui, pronta a sferrare un fendente con la sua spada fiammeggiante.
«Alla fine... sei scesa eh? Non starai rischiando un po’ troppo?»
«Affatto, so di poter vincere. Anzi, so che vincerò!»
«Eheh... povera sciocca.... ADESSO RK!». La piccola sfera fuoriuscì da sotto al terreno, comparendo alle spalle di Sogno.
«Non ricordi? Posso leggerti nella mente». La ragazza si girò di scatto e, con un fendente, tagliò in due parti uguali RK. «E poi, lo stesso trucco non funziona due volte con me»
Non era solo RK ad essere stato tagliato in due, la ferita si riversò anche su Hero. I due erano collegati in qualche modo. 
“Di nuovo buio.... di nuovo questa debole luce....”
«Come vedi non puoi batterla. O meglio, non puoi battermi. Arrenditi avanti. Varca quella porta grigia. Torna alla realtà»
«... Mai...»
«Perché ti ostini?»
«Perché... con lei ho ritrovato il sorriso, dopo tanto tempo»
«Potresti trovarne un altro molto più bello»
«No, io voglio quel sorriso. So che non puoi capire e che io non posso spiegarmi»
«Ah ma io capisco, capisco benissimo. Sei tu che non capisci e non potrai mai capire il mio punto di vista che è molto più lontano ed accurato del tuo»
Hero era immobile al centro della stanza con la testa chinata, fissando il vuoto.
«Arrenditi Hero. Non puoi vincere da solo»
Quelle parole lo fecero rinsavire.
“Non posso vincere da solo....”
«Esatto Hero, non puoi vincere da solo. Vedo che cominci a capire. Allora forza, vai verso la porta grigia»
Hero strinse i pugni, alzò la testa e sorrise. Oltrepassò senza esitazione la porta rossa.
«Tsk, chissà cosa avrà in mente... beh, staremo a guardare» disse l’uomo con curiosità.
«Vedo che non ti salta proprio in mente l’idea di arrenderti, dico bene?» chiese esasperata Sogno.
«Ora so come sconfiggerti!»
«Ah davvero? E come, sentiamo»
«Scendi e te lo dimostrerò»
«Puoi provarci in tutti i modi, ma non perderò la mia posizione di vantaggio solo per farti un favore»
«Beh, se non vuoi scendere di tua iniziativa, temo che dovranno pensarci loro»
Sogno era confusa, non sapendo a chi si stesse riferendo. RK non poteva raggiungerla, questo era poco ma sicuro. Ma allora chi altri poteva rappresentare un pericolo per lei? E perché l’utilizzo del plurale?
Improvvisamente un turbine di banconote colpì in pieno volto la ragazza che, per la sorpresa, non poté fare altro che proteggersi con le braccia. 
«Cosa? Da dove spuntano fuori queste banconote?»
Non riuscì a continuare la frase che una mannaia roteante proveniente dal basso le taglio le ali di netto, facendola precipitare. Riuscì tuttavia ad atterrare senza problemi, benché fosse rimasta ferita al volto ed alla schiena.
«Cos’è successo? Chi è stato a fare questo? Non dirmi che il tuo amichetto sferico ha dei colpi nascosti che mi hai celato per tutto questo tempo!». Sogno era confusa ed agitata. Si era fatta colpire non capendo da dove provenissero i colpi.
«È stato questo il tuo errore. Anzi, il VOSTRO errore! Tu ed il tuo Maestro eravate convinti che fossi da solo a combattere. Ed è qui che vi sbagliate!»
Improvvisamente alcuni girasoli ai piedi della ragazza cominciarono ad avvinghiarsi alle sue gambe, paralizzandola dal busto in giù, mentre una strana polvere si cospargeva tutta intorno al suo viso, stordendola.
Hero ripensò a quei brutti ricordi del passato.

“Aspettami... non te ne andare.... ti prego....”
Hero era stremato e si lasciò cadere su quei rovi così appuntiti che lo trafissero.
“Perché è dovuta finire così... perché... non sono abbastanza forte....”
Gli sarebbe bastata una mano. Un aiuto per riuscire ad alzarsi e continuare la sua corsa. Un incitamento a proseguire stando attento ai pericoli. Ed invece ha voluto fare tutto da solo, senza guardare in faccia nessuno e facendo di testa sua, finendo per perdere tutto.

“Non farò lo stesso errore di allora. Questa volta non sono solo!” pensò Hero tornando con la testa al presente.
«Cos... che mi sta accadendo? Perché vedo tutto annebbiato? Cosa mi hai fatto!?» chiese sempre più confusa Sogno.
«Io non ti ho fatto proprio niente.... quello è uno degli effetti del mio amico Magic Dream». Hero indicò alla sua sinistra uno strano individuo ricurvo che indossava una maschera ed un vestito da giullare. «Il suo potere è quello di manipolare la mente delle persone, ecco perché ora ti senti confusa. Subito vicino abbiamo invece The Leader che, con il suo potere, ha ordinato ai girasoli di intrappolarti». Non aveva un aspetto rassicurante, metà nazista e metà steampunk. «Invece loro sono quelli che ti hanno colpito inizialmente: Crazy Money, con il suo attacco ‘monetario’ e Butcher che ti ha tagliato le ali con la sua mannaia». Entrambe quelle creature non avevano niente di umano: il primo era una specie di elfo in giacca e cravatta e con una 24 ore in mano, mentre il secondo somigliava di più ad un troll grande, grosso e verde, ma con un grembiule da cucina tipico dei macellai. «Tutto questo non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata la mente brillante, bastarda e calcolatrice di The Scientist» concluse Hero indicando un individuo in camice bianco ed occhiali neri dietro tutto il gruppo che osservava la scena divertito.
«Ma... loro chi sono? Come fanno ad essere qui?»
«L’avete detto voi... questa è la mia battaglia per la mia vita. Ma loro ne fanno parte.... loro sono parte integrante della mia vita! E questa volta, mi lascerò aiutare. Questa volta non farò tutto da solo!»
Sogno si riprese. L’effetto di Magic Dream era oramai svanito a causa del tempo perso a parlare.
«Forse mi sono lasciato un po’ troppo andare con i discorsi.... ragazzi, bloccatela!». Ma Hero non poté finire la frase che Sogno si liberò dai girasoli che la bloccavano.
«Adesso mi avete fatto arrabbiare» sbraitò lei. Il cielo cominciò ad annuvolarsi, con nubi nere minacciose che pian piano coprirono il sole. Sogno si fece ricrescere le ali, questa volta fatte in scaglie di drago in modo da non poter essere recise. In più, per essere ancora più sicura, si creò un’armatura dello stesso materiale. «Pensi davvero che quattro o cinque ‘amici’ possano cambiare le cose? Non hai speranza, mettitelo bene in testa! E prima lo capirai, prima ti arrenderai»
«Forse no, hai ragione... per questo ne ho portati degli altri!»
Una strana scimmia con un cappello da gangster precipitò dall’alto, finendo in testa a Sogno e cominciando a tirarle i capelli. La ragazza cominciò a dimenarsi e a strillare: «AAARRRRGGG TOGLIETEMELA, TOGLIETEMI QUESTA STUPIDA SCIMMIA DALLA TESTA!»
«Lei è Mad Mad. Purtroppo è imprevedibile e quando è in quello stato non da retta a nessuno, eheh. Ma io presterei più attenzione a qualcun altro... sotto di te»
Dal terreno ai piedi di Sogno, spuntarono due mani pelose che le afferrarono le caviglie.
«Che...che cos’è questa sensazione sgradevole? Perché improvvisamente mi sento così insicura di me ed ansiosa? Cosa mi sta succedendo?»
«Semplice, quello è Toxic Anxiety e ha il potere, come dice anche il nome, di gestire l’ansia delle persone»
«Ma questo non è possibile! Non dovrei poter provare delle emozioni io!»
«Evidentemente il tuo Maestro ha fatto un piccolo errore quando ti ha creata» replicò soddisfatto Hero.
“Attacco con raggi laser in direzione del viso, all’altezza dell’occhio destro. Spostare la testa di 35 gradi verso sinistra. L’attacco avverrà tra 3 secondi”
Sogno per la rabbia sparò il suo ‘raggio della morte’ dagli occhi, in direzione del viso di Hero, ma quest’ultimo riuscì a schivarlo piegando leggermente la testa, senza fare nient’altro.
“Attacco con onde d’urto telluriche tra 5 secondi. Prepararsi a saltare tra 7 secondi”
L’attacco mancato di Sogno la fece arrabbiare ancora di più, tant’è che diede un pugno al terreno generando una piccola scossa che si muoveva in direzione di Hero, il quale però saltò al momento giusto, evitandola. Sogno era incredula.
«Sembra come che tu sappia in anticipo dei miei attacchi...»
«Ma io SO in anticipo i tuoi attacchi. È grazie a The Knowledge, un cervello gigante fluttuante che sa tutto... sa anche il futuro per un massimo di 5 minuti. Comunichiamo telepaticamente, è veramente comodo!» disse ridendo Hero.
«Non ero stata informata di tutti questi individui»
«È perché il tuo Maestro ha dato per scontato che, anche questa volta, agissi da solo. Te lo ripeto... IO NON SONO SOLO!»
Sogno volle utilizzare di nuovo i suoi laser, ma provava una profonda e terribile rabbia, così intensa che ogni suo colpo andò a vuoto.
«GRRRRR PERCHÉ NON RIESCO A COLPIRTI? PERCHÉ STO PROVANDO QUESTA RABBIA ECCESSIVA?!»
«Perché sei nel raggio d’azione di Angry Anger. Guarda sopra di te.... vedi quella nuvola con sfumature di rosso? Quella è Angry Anger e può gestire la rabbia degli individui. Cosa che sta facendo benissimo con te! Adesso sei ansiosa ed arrabbiata, la combo perfetta per non farti concentrare nel combattimento»
«LA RABBIA PERÒ È UN SENTIMENTO CHE POTENZIA GLI INDIVIDUI... FACENDOGLI PERDERE IL CONTROLLO! ED ORA TU NE SUBirai tutte le cons....»
«Dicevi qualcosa?» disse sorridendo il ragazzo.
Sogno si spense completamente, era come se avesse ricevuto un forte shock. Gli occhi mostravano solo il bianco delle sue pupille e della bava colava dalla sua bocca. Dietro di lei una figura avvenente e demoniaca, con delle ali nere da pipistrello. Somigliava ad un Succubo.
«E per finire c’è lei, Emotional Mask. Lei può controllare tutte le emozioni di un individuo. E, nel tuo caso, le ha fatte collassare tutte, generandoti uno shock. Ora sei completamente inerme, mi basta avvicinarti e baciarti, anche se quella bava non mi invoglia così tanto...». Tutti risero. Hero cominciò ad avvicinarsi. «Avrei dovuto capirlo prima... da soli non siamo nessuno, non possiamo fare nulla. Abbiamo bisogno per forza di qualcuno che ci consigli, che ci aiuti nel momento del bisogno, che ci sostenga. Che, semplicemente, ci stia vicino e ci dia forza. Quella forza per permetterci di fare l’impossibile. Di vedere l’invisibile. Di toccare l’intoccabile e di infrangere l’infrangibile. Ed io, insieme a tutti loro, posso finalmente affrontare il mio Destino e riuscire a batterlo! Ah, dimenticavo. Può bastare così Imagination». A quelle parole, del vapore fuoriuscì da Hero per ricomporsi nella forma di un uomo indiano, calvo e magro, vicino a lui. Aveva tre puntini rossi sulla fronte e si muoveva fluttuando con le gambe incrociate.
«Avevo messo Imagination in guardia, non fidandomi di ciò che poteva accadere. Il suo potere è quello di far avverare le cose che immagina... nei suoi limiti ovviamente. Qualsiasi attacco mi avessi fatto, lui mi avrebbe protetto. Solo a lui avrei potuto affidare la mia stessa vita»
Hero continuò ad avanzare, finché non fu davanti a Sogno. Era ancora paralizzata, senza possibilità di muoversi.
«Beh ragazzi.... grazie davvero di tutto. Senza di voi, non ce l’avrei mai fatta»
Tutti quegli strani individui si radunarono intorno ad Hero e, con un inchino, ricambiarono la cortesia.
«Era il minimo che potessimo fare» disse Imagination.
«Ora va e compi il tuo destino» disse una voce proveniente dal sottosuolo. Probabilmente era Toxic Anxiety.
«Sono davvero fiera di te» mormorò Emotional Mask.
Hero, con le lacrime agli occhi, si avvicinò al viso di Sogno. Anche in quelle condizioni, era comunque bellissima.
“È fatta... finalmente anch’io potrò essere felice!”
Le loro labbra stavano per toccarsi. Hero sentiva il cuore esplodergli nel petto. Tutti i pensieri negativi svanirono. Tutte le ansie e le paure si dissolsero come neve al sole. Stava per vincere contro il Destino.
«TOKI WO TOMARE!»
Improvvisamente una voce rimbombò nell’aria.... ed il tempo si fermò. Le labbra di Hero erano a 5 cm da quelle di Sogno. Tutti gli altri rimasero bloccati mentre applaudivano il lieto evento.
In mezzo a loro, al lato di Hero e Sogno, comparve lo strano uomo. Si guardò intorno, poi fissando i due ragazzi cominciò a parlare:
«’Toki wo tomare’.... o per meglio dire, ‘Che il tempo si fermi’. Frase celebre utilizzata da un personaggio molto famoso... e che credo calzi a pennello per la situazione. Caro Hero, devo dire che questa volta sei stato tu a stupirmi... e che effetti speciali che hai usato! Non pensavo che avessi tutte queste persone che ti vogliono bene e che sono disposte a mettersi in gioco solo per aiutarti in un’impresa folle e dalla dubbia riuscita. Solo per quella che tu chiami ‘felicità’... la tua personale ‘felicità’. È bello che al mondo ci siano ancora persone disposte a combattere per una battaglia non loro, solo per piacere di un’altra persona». L’uomo riprese fiato per un attimo e poi continuò. «Hero... io sono il tuo Destino... e come tale, mi riservo il diritto di decidere la tua intera esistenza. Potrai affrontarmi quante volte vorrai, con tutti gli amici del mondo.... il risultato non cambierà se è già stato deciso... se IO l’ho deciso». Altra pausa, questa volta più lunga. L’uomo sembrava inquieto. Cominciò a rosicchiarsi un’unghia e a stropicciarsi i capelli.
«Però oggi mi hai dimostrato che quando tieni veramente a qualcosa o qualcuno, non ti fai nessuno scrupolo. Arrivi perfino a mettere da parte l’orgoglio e a chiedere l’aiuto delle persone a te care, finendo per sentirti in colpa e pensando poi ad un modo per ripagarle. Con quello che hai fatto oggi, mi stai facendo dubitare della mia scelta....»
L’uomo si mise una mano sulla fronte e se la passò tutta sul viso. Guardò nervosamente l’orologio. Poi il cielo. Poi gli uccellini immobili, i girasoli. Tutto ciò che lo circondava. Guardò di nuovo l’orologio e prese un profondo respiro.
«E va bene... lascerò la situazione congelata ancora per un po’. Pazienza, caro Hero, dovrai avere ancora un po’ di pazienza...»
Diede un ultimo sguardo ai due ragazzi. Poi si voltò ed iniziò ad incamminarsi verso l’orizzonte.
«... finché il tempo non tornerà a scorrere....»